Milano come Barcellona

Oggi a Milano si è svolta una manifestazione importante e che ha fatto molto discutere, denominata “20 maggio, Milano senza muri”. Una manifestazione in difesa dell’accoglienza e dell’integrazione dei migranti e dei richiedenti asilo, che prende a modello un’analoga manifestazione avvenuta nei mesi scorsi a Barcellona. Da qui l’evocativo slogan: “Milano come Barcellona”.
Vista l’importanza dell’evento, e visto il ruolo di modello che anche noi indipendentisti attribuiamo alla capitale catalana, mi sembrava doveroso spiegare perché pro Lombardia Indipendenza non ha aderito a tale manifestazione.
In primis, perché crediamo che oggi non sia il tempo di manifestazioni, cortei e rivendicazioni sul tema dei migranti. Quello che serve alla Lombardia, a Milano e all’opinione pubblica in generale è un dialogo che ad oggi non esiste. Un dialogo tra chi crede nell’accoglienza e chi la teme.
Da una parte troviamo una parte dell’opinione pubblica che sostiene che l’accoglienza sia un valore, che non vi sia un’invasione in atto, quanto una fuga da reali condizioni di povertà assoluta e da guerre che possiamo solo immaginare. In linea di massima con posizioni condivisibili, seppur poco propensa a porsi nei panni di chi la pensa diversamente. Dall’altra vi è chi si sente accerchiato, teme per la sopravvivenza della propria identità, crede vi sia un’invasione pianificata per distruggere la nostra società da ogni punto di vista. Spesso è una posizione dettata dall’ignoranza, ma è un’insofferenza sincera ed una paura che va rispettata,, come primo passo per affrontarla e risolverla.
Tra le due parti vi è una terra di nessuno, una totale incapacità di comunicare, di capire che l’invasione è una paura infondata, e che l’integrazione è un processo più complicato di quanto ci piacerebbe ammettere. Manifestazioni di questo tipo non servono a nulla. Così come non serve bollare ogni forma di insofferenza verso i migranti come becero razzismo. Spesso si tratta di paura, ignoranza del fenomeno, smarrimento davanti ad una società che cambia e a cui si sente di non appartenere più.
Ignorare questo malessere non fa che amplificarlo, facendo il gioco di chi lo aizza e lo strumentalizza. Affrontarlo con onestà intellettuale ed apertura non significa avallarlo, ma correggerlo e smentirlo. Servirebbe molto di più mettersi intorno ad un tavolo e discutere, invece che marciare in corteo. E se è vero che chi oggi ha marciato rappresenta la parte preparata dell’opinione pubblica lombarda, è bene che si attivi per avviare un dialogo necessario oggi più che mai.


Passiamo alla questione “catalana” della vicenda. La manifestazione prende spunto dalla campagna “casa Nostra Casa Vostra”, in cui 500.000 catalani scesero in piazza per chiedere un maggior coinvolgimento della loro comunità nell’accoglienza dei richiedenti asilo.
Che Barcellona debba essere il modello per la Milano del futuro dal punto di vista socio-culturale è fuori di dubbio. Il punto è che deve esserlo sotto ogni punto di vista. Guardiamo le foto della manifestazione a Barcellona, e vediamo migliaia di cartelli che recitano: “Prou Excuses, Accolim Ara”. Niente “ No more excuses, let’s welcome now”, né tanto meno cartelli in lingua spagnola.
I cittadini di Barcellona non sono poi così diversi antropologicamente da quelli di Milano: entrambe le città sono sempre state “porti di mare”, soggette a forti migrazioni e influenzate da diverse culture. Allora perché a Barcellona l’integrazione è vista come un’opportunità, mentre a Milano ed in Lombardia come una minaccia?
La risposta risiede nel valore e nella salvaguardia della cultura, identità e lingua catalana. Mentre a Milano la cultura milanese e lombarda sta sparendo, a Barcellona l’uso del catalano e la difesa dell’identità storica, e non solo, della città vede impegnate migliaia di persone, senza contare le istituzioni politiche e culturali. Il risultato è che, durante le manifestazioni a favore dell’indipendenza della Catalogna, troviamo persone di ogni colore e provenienza, perché sentono di far parte di una comunità vera e viva, e di dover battersi per il futuro della loro nuova terra.
La cultura locale, quella catalana come quella lombarda, è un mezzo importante per facilitare l’integrazione dei migranti stanziali e perché no, anche dei rifugiati o richiedenti asilo.
E lo è per una duplice ragione: da una parte il migrante vede una comunità coesa, una cultura di riferimento da scoprire per poter integrarsi. E provenendo la maggior parte dei migranti da realtà culturali dotate di una forte identità, questo scenario li disorienta molto di meno rispetto alla tabula rasa dell’identità milanese che ci troviamo a vivere.
Dall’altra, forse la più importante, i cittadini “autoctoni” non vedono la propria identità linguistica e culturale messa a repentaglio. Non vivono l’immigrazione, se controllata in modo intelligente, come un’invasione e un annichilimento culturale, ma come un’opportunità di arricchimento reciproco. Non si chiudono in sé stessi, fingendo di non vedere che qualcuno parla in una lingua sconosciuta, ma sono portati a condividere con chi non conosce la realtà locale la propria conoscenza. Per salvaguardare se stessi e la propria appartenenza, per vivere meglio una convivenza non vissuta come una minaccia, ma come qualcosa da scoprire.
Così Milano può diventare “come Barcellona”.

 

Juri Orsi, portavoce pro Lombardia indipendenza