Identità lombarda ed indipendentismo

Merita qualche riflessione il tema dei vessilli lombardi e dell’approccio, identitario o meno, su cui l’indipendentismo in Lombardia può fondarsi.

Della definizione di “Nazione”

Una nació és una comunitat de persones vinculades per territori, història, tradicions, cultura, llengua, economia…, amb consciència d’aquests vincles i voluntat d’afirmar-los i de fer-los respectar. La identitat catalana, articulada a partir d’aquests paràmetres, respon a aquesta definició de nació. Els Països Catalans, actualment, són una de les moltes nacions sense estat en una Europa en què les fronteres no responen a la realitat nacional que la integra.”

La citazione sopra non è stata redatta da un partito “etnonazionalista” catalano mosso dalla “volontà di escludere” qualcuno, ma da Esquerra Republicana de Catalunya (principale partito della locale riscossa indipendentista, di sinistra e progressista tra l’altro), che ne ha fatto l’incipit del proprio progetto politico. Un partito che, con coerenza di ideali e costanza di prassi, è riuscito a portare la questione catalana dove ben sappiamo.

Non possiamo quindi che imparare da una realtà così viva e di successo come quella catalana, senza alambiccarne improbabili “lezioni” che determinerebbero la presunta mancanza di “identità” nel processo indipendentista catalano; la quale non solo è presente per ammissione esplicita dei suoi protagonisti politici, ma anche implicita per quel che riguarda la popolazione costituente tale processo: durante le manifestazioni indipendentiste si parla prevalentemente la lingua catalana, e per accendere la curiosità sul voto catalano in molte capitali europee si sono esibite compagnie di “Castells” (le Torri Umane, particolare espressione dell’identità catalana).

Con quello spirito nel cuore, insomma, l’identità catalana si è fatta largo anche nei cuori di chi catalano di nascita non è, facendogli quindi capire che la Catalogna è una nazione e come tale merita la propria indipendenza.

Perché la Lombardia non dovrebbe quindi percorrere lo stesso percorso?

Obiezione 1) “Perché i lombardi sono insensibili alla propria identità, i fallimenti degli ultimi 30 anni lo dimostrano”.

Obiezione senza fondamento. Per 30 anni la questione indipendentista è stata erroneamente interpretata da un partito che,  al massimo, parlava dell’inesistente “Padania”, con un “Sole delle Alpi” verde in campo bianco (gli stessi colori della Rosa camuna, tra l’altro, sarà anche per questo che gli iscritti a questo movimento se ne stanno così innamorando?) come bandiera. Come si è già detto nell’altro intervento, l’azione di governo regionale “identitaria” (volta insomma a riscoprire le peculiarità culturali lombarde e a propagandarle tra la cittadinanza) è sempre stata prossima allo zero. Quei pochi centri culturali finanziati dalla Regione in questi anni sono stati purtroppo via via depotenziati e finanziati male. Eppure non si può proprio dire che i lombardi siano disinteressati alla propria cultura e alla propria identità: è innegabile che stiamo vivendo un periodo in cui la lingua lombarda, nelle sue varianti, si sta rivitalizzando per merito di privati cittadini ed associazioni. Se solo ci fosse un serio sostegno amministrativo (che in Catalogna negli anni non è mai mancato) saremmo ancora più avanti con il discorso.

Il termine "identità" viene ben utilizzato qui dalla pagina social del Comune di Milano
Il termine “identità” viene ben utilizzato qui dalla pagina social del Comune di Milano

Obiezione 2) “Riscoprire o celebrare l’identità vuol escludere chi non ha il pedigree lombardo”.

Obiezione ancor più assurda della precedente. Impossibile negare che venga recepito come “integrato” una persona di natali non lombardi che però ne parla la lingua (o almeno ne possiede una marcata cadenza). Più un’identità è ben spiegata, senza inutili paure o illazioni, più è in grado di farsi accettare anche da chi non è “erede fisico”: ancora una volta basta guardare all’esempio catalano.
Solo quando due culture diverse si incontrano può nascere l’integrazione: se uno dei due non possiede cultura, come può chiedere ad un altro di integrarsi? Ecco perché nella Lombardia italiana, mortificata nella propria cultura e ridotta a mera istituzione locale, si hanno problemi marcati di integrazione.

Per rendere immediatamente "integrato" il soggetto principale della campagna pubblicitaria, è stata utilizzata la lingua lombarda
Per rendere immediatamente “integrato” il soggetto principale della campagna pubblicitaria, è stata utilizzata la lingua lombarda

Obiezione 3) “Non è il periodo storico per rivalutare la propria identità”.

Anche qui, è il contrario. Come ben spiegato in questo articolo datato 2011: “…Questa evoluzione va a legarsi con un altro mutamento in atto nei manuali scolastici: la perdita di centralità della storia italiana a favore di una visione più ampia del discorso storico, allargata all’Europa e, per quanto possibile, al mondo. Il Risorgimento italiano e l’unità d’Italia non sono più presentati come eventi pressoché distinti rispetto a quanto accade nel resto del continente, ma divengono argomenti da trattare non diversamente da quelli che concernono gli eventi coevi a livello europeo e mondiale. Si è passati, quindi, da manuali tradizionali prettamente italocentrici, a manuali policentrici.” – da “La storia d’Italia (mal)raccontata agli italiani” – pubblicato sulla rivista “Limes”

Questo vuol dire che, anche sotto questo aspetto, la propaganda filo unitaria sta cedendo colpi. Non è per loro più possibile, per esempio, affrontare con la stessa sicumera di sempre il tema del “risorgimento”; lo sminuire le precedenti esperienze storiche (e ciò vale per tutti i popoli presenti nello Stato italiano) per rileggerle in un’ottica “italianista” si sta sempre più affievolendo. Compito anche nostro quindi non ignorare o sbeffeggiare la nostra stessa cultura e la nostra stessa identità, quantomeno per tenerle vive per chi sarà più interessato.

Un esempio concreto, apartitico e apolitico datato Febbraio 2015. 

Lingua lombarda 1

L'opinione di una professoressa di Storia e Filosofia sempre FEBBRAIO 2015
L’opinione di una professoressa di Storia e Filosofia sempre FEBBRAIO 2015

Obiezione 4) “Basta allora che lo Stato italiano conceda le rivendicazioni identitarie per smorzare qualsiasi processo indipendentista”.

Lo Stato italiano si fonda sul dogma di un “unico popolo italiano”: ammettendo che invece è composto da più popoli vorrebbe dire sconfessare sé stesso e la propria natura come è stata sempre presentata.

Le trappole insite nel rigetto dell’approccio identitario.

1) Porre la questione indipendentista in un’ottica esclusivamente economica.

Il vero nemico dell’indipendentismo non è il suo approccio identitario, ma è piuttosto un errato senso di “egoismo” che traspare quando si approccia la tematica in modo unicamente fiscale: “se i cittadini italiani residenti nella regione Lombardia non vogliono più pagare essi non sono solidali con i cittadini italiani residenti nelle altre regioni“, questo è il pensiero comune che tanti lombardi stessi purtroppo fanno. Se non ci si vuol riconoscere come “lombardi” allora ci si riconosce come “cittadini italiani residenti nella regione Lombardia” sperando di coinvolgere la popolazione in un processo indipendentista ammettendo però che essa è “popolo” appunto dello Stato dal qual ci si vuole staccare, una fortissima contraddizione dalla quale si svia per convenienza.

Basterebbe quindi che lo Stato italiano si adoperi per concessioni in senso fiscale per smorzare qualsiasi processo indipendentista: basti vedere la riforma del Titolo V, che spense per anni qualsiasi volontà indipendentista in Lombardia o Veneto.

2) Porre la Regione come fulcro dell’azione politica indipendentista.

Grazie al “buongoverno” di tanti governi regionali (per primo quello lombardo), l’ente in questione è prevalentemente visto come inutile ulteriore “mangiatoia” che grava sulle spalle del contribuente, richiedere ulteriore “autonomia” per un Ente che gode di pessima fama fa ricadere nella trappola “dell’egoismo”. I discorsi “sovranisti”, inoltre, si son rivelati un fallimento principalmente in quelle regioni già a Statuto speciale, dove le possibilità per esercitare tali poteri sono in teoria garantiti, figuriamoci nelle regioni a Statuto ordinario come la Lombardia.
L’Ente regionale non è sovrano di nulla e la sua vita o meno dipende dal livello istituzionale più alto, lo Stato italiano. Se questo decidesse d’imperio di fondere Lombardia e Piemonte in un’unica Regione dal nome “Distretto 1”, togliendole qualsiasi prerogativa, potrebbe farlo benissimo. L’Ente regione deve essere quindi considerato al massimo come un “mezzo” per arrivare all’autodeterminazione di un’attuale nazione senza Stato, utilizzando le possibilità che offre per introdurre con più facilità discorsi identitari che avanzano comunque in modo naturale.

Questo intervento è da intendersi come una piccola ed incompleta puntualizzazione su tematiche che meritano doverosi approfondimenti, dei quali ci occuperemo più avanti. Visto il particolare momento che sta passando la politica lombarda, non ci interessa soffermarci su polemiche fatte partire da chi ci governa da 20 e più anni senza risultati, o dai loro aspiranti ghostwriters / spin doctors / avvocati / portaborse.

Soprattutto dopo un articolo in cui, in modo non del tutto velato, il nostro approccio alla questione indipendentista viene maldestramente criticato: non si sa se per necessità di sviare l’attenzione dal traballante referendum sull’autonomia e farsi così notare dai nuovi amici in Regione Lombardia (gli unici destinatari del nostro comunicato), per puro protagonismo o per altro.
Crediamo quindi che, più che dalla nostra opera o dal nostro approccio filosofico, l’indipendentismo lombardo all’estero e in Lombardia sia stato screditato dalle azioni di quel partito che agisce da più di 20 anni; inoltre riteniamo che sarebbe meglio astenersi dal dispensare giudizi ed etichette quando si dimostra di non aver ben compreso le nostre argomentazioni.