Catalogna e Lombardia, destini incrociati

Nelle ultime ore, l’attenzione mediatica e dell’opinione pubblica lombarda ed italiana sulla crisi politica in Catalogna non fa che aumentare. E questa improvvisa attenzione verso una delle questioni più importanti degli ultimi anni non sorprende: la repressione del governo spagnolo ha raggiunto toni ed adottato mezzi troppo forti per passare sotto silenzio.

Ci ritroviamo nella situazione in cui tutti coloro che seguono la politica europea cercano di farsi un’opinione in merito, cercando di capire se e come la Catalogna abbia un diritto di secedere dalla Spagna, se sia democratico o meno, se debba prevalere l’ordinamento costituzionale o la democrazia.Non è affatto facile. Esiste una nutrita letteratura, sviluppata soprattutto negli ultimi anni, che cerca di capire se e come una data comunità abbia diritto di secedere dallo stato di cui fa parte. Procediamo per punti.

La nuova stagione dell’indipendentismo catalano nasce “ufficialmente” nel luglio 2010. All’inizio degli anni 2000 il governo autonomo di Barcellona aveva approvato una riforma dello statuto d’autonomia che aumentava la libertà decisionale della Generalitat e riconosceva la Catalogna come “nazione” all’interno dello stato spagnolo. Tale riforma fu poi modificata dal parlamento spagnolo ed approvata in un referendum in Catalogna. Il tutto si svolse SECONDO I DETTAMI COSTITUZIONALI. Nel 2010, la corte costituzionale spagnola decretò l’incostituzionalità della riforma statutaria. In particolar modo, decretò come la Catalogna non potesse considerarsi nazione, dal momento che l’unica nazione poteva essere quella spagnola. Da quel momento l’opinione pubblica catalana subì una repentina trasformazione, e da un supporto marginale e minoritario verso l’indipendenza, si rivolse con decisione a favore di un referendum per la secessione della regione.

Dal 2012, anno in cui per la prima volta il parlamento catalano ha ospitato una maggioranza a favore del referendum, sono stati innumerevoli i tentativi del governo catalano di concordare un referendum con il governo spagnolo, così come era avvenuto nel Regno Unito per l’indipendenza della Scozia. La risposta fu sempre negativa. Il referendum organizzato per il prossimo 1 di ottobre costituisce l’estremo rimedio ad un male estremo: la totale indisponibilità di Madrid ad intavolare una trattativa.

Chi accusa gli indipendentisti di non rispettare la costituzione deve quindi tenere a mente che: Il governo catalano ha cercato di riformare il proprio statuto rispettando la costituzione ed in accordo con il parlamento di Madrid. Senza poterlo fare.
La Catalogna vive da sempre una forte marginalizzazione politica in Spagna. Rinfacciare ai catalani di non aver provato a riformare la costituzione per avere un referendum legale non tiene conto dei rapporti di forza della politica spagnola.
Il governo catalano ha richiesto incessantemente a Rajoy un referendum legale, implicitamente chiedendo una riforma della costituzione che avrebbe trovato, nel caso, il supporto di Podemos. Senza risultato.

Si accusa inoltre il governo catalano di fare un uso intellettualmente disonesto del diritto di autodeterminazione così come riconosciuto a livello internazionale, aggiungendo che la secessione della Catalogna è contraria al suddetto diritto. Per prima cosa, per il diritto internazionale una secessione che non sia provocata da un intervento esterno è un atto neutro, dire che è “vietato” è assolutamente falso.

Inoltre, gli stessi catalani non si rifanno al diritto di autodeterminazione. Da una parte perché sanno che tale diritto si applica tradizionalmente a situazioni ben diverse dalla loro, dall’altra perché sono consapevoli di quanto il processo di indipendenza della Catalogna stia “creando” un nuovo diritto, che loro sintetizzano in “Dret a Decidir”, diritto di decidere.

Un diritto che venga riconosciuto aldilà di occupazioni coloniali, esperienze storiche di indipendenza che si perdono nel Medioevo, differenze etniche. I catalani reclamano il diritto di decidere in quanto popolo catalano, che è tale anche in quanto i singoli individui si riconoscono come parte di questa collettività.

Analizzate le ragioni della mobilitazione indipendentista, voglio fare un appunto su cosa sta facendo Madrid, e cosa dovrebbe fare.

Madrid, occupando militarmente la regione e scandalizzando anche l’opinione pubblica catalana contraria all’indipendenza, ha di fatto perso il controllo politico della Catalogna. Solo la grande maturità degli attivisti per l’indipendenza ha impedito, finora, che questo clima tesissimo sfociasse in una guerriglia. Per riaffermare la propria sovranità sulla Catalogna, Madrid può seguire essenzialmente due strade:

Rimuovere l’autonomia catalana commissariando la regione per almeno un lustro, cercando di spezzare le reni all’indipendentismo e diminuendo lo spazio politico e sociale della lingua e dell’identità catalana. Oppure:
Concedere un referendum alla Catalogna impegnandosi in una campagna per il No all’indipendenza e sperando che la popolazione catalana scelga di restare con il governo di Madrid.
Non vi sono altre possibilità. Sperare che l’indipendentismo si spenga come un fuoco di paglia è ingenuo anche per Rajoy, che sta dimostrando una totale mancanza di acume politico.

Se la Catalogna riuscirà a diventare indipendente (io ne ho la certezza, ma onestà impone che la si consideri un’ipotesi), l’Europa occidentale, gli stati europei, le regioni che li compongono avranno la consapevolezza che i confini possono essere ridisegnati, che l’appartenenza ad uno stato non è un legame perpetuo, che un processo democratico, determinato e coscienzioso può portare ad una rivoluzione che, fino a pochi mesi fa, sembrava impossibile agli occhi dei più.

In Lombardia, il prossimo 22 ottobre voteremo per un referendum consultivo per l’autonomia. Abbiamo già spiegato QUI il valore eminentemente politico del voto. Se vi sarà una schiacciante e plebiscitaria vittoria del Sì, e se non vi sarà una reale concessione di autonomia da parte del governo di Roma, l’opinione pubblica lombarda saprà che esiste un’altra via, quella tracciata dalla nuova repubblica catalana.

Non fraintendetemi, Catalogna e Lombardia hanno storie diverse, e condizioni politiche profondamente divergenti. Ma dopo tutto, come abbiamo visto, anche lì tutto è cominciato da una richiesta di maggiore autonomia completamente disattesa.

 

Juri Orsi

portavoce pro Lombardia indipendenza